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Intervista a LAURA RENNA

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Grabriele Landi: Ciao Laura, che importanza ha l’idea del paesaggio nel tuo lavoro?

Laura Renna: Ciao Gabriele. Innanzitutto ti ringrazio per avermi coinvolta in questa tua indagine.

Per rispondere alla domanda devo premettere che tutto il mio lavoro si basa sull’empatia.

Comprendo gli elementi vegetali, animali, minerali che compongono il paesaggio naturale.

Sento di essere fatta della stessa sostanza, parliamo la stessa lingua, perciò la mia ricerca artistica non poteva svilupparsi diversamente.

Il paesaggio parla di me e io parlo del paesaggio, fatto di prati, fiori e foglie, alberi, animali, colline e montagne.

Quest’ultima, ad esempio, con le sue rocce e la sua imponenza mi ha ossessionata negli ultimi otto anni, per me la sua sagoma è un limite, una linea di confine da oltrepassare, ed è diventata nel tempo una metafora per descrivere un mio particolare stato d’animo.

Troppo spesso siamo artefici di un percorso di vita ad ostacoli che produce tensioni e ci pone in una condizione di disarmonia con il mondo naturale.

Io cerco la riconciliazione, ricerco la bellezza e rifletto sulla fragilità dell’esistenza.

Ecco, per me il paesaggio naturale è un fatto mentale, interiore, emotivo. E’ un pretesto per scandagliare il vasto paesaggio interiore.

Grabriele Landi: E’ per questo che molti dei tuoi lavori sono fatti di intrecci. La tua scultura è dunque un modo per dare fisicità alle relazioni di cui parli nella prima risposta?

Laura Renna: Intreccio nel tentativo di descrivermi, forse, di concretizzare l’idea che ho di me stessa. E’ come se cercassi di dare forma alla mia identità attraverso il susseguirsi dei punti fermi fissati dal lavoro, di lasciare una prova indelebile della mia esistenza.

Intreccio chinata o inginocchiata e con le braccia immerse nella materia, a pochi centimetri dal suolo, con movimenti che coinvolgono muscoli di tutto il corpo.

L’azione mi riporta alla terra, al gesto di chi la lavora con dedizione, perché dalla terra dipende tutto, anche la nascita di una nuova consapevolezza di sé stessi.

Le materie che intreccio sono difficili da trattare: lana metallica che ti fa stringere i denti ogni volta che il filato scorre e le fibre si toccano producendo attrito; lana rigenerata ottenuta da indumenti riciclati, le cui fibre già sfruttate sono troppo stanche per saldarsi tra di loro; e materie come i sentimenti, i pensieri, sensazioni e desideri, difficile contenerli entro il limite del mio corpo e così tracimano e si impastano al lavoro.

La mia scultura è il risultato di un magma complesso che si nutre di ogni cosa.

Grabriele Landi: Dal tuo racconto sembra che il lavoro sia una specie di blob che ingloba al suo interno ogni cosa e può crescere a dismisura. Che rapporto hanno i tuoi lavori con lo spazio?

Laura Renna: A volte realizzo opere piuttosto voluminose che tendono a saturare l’ambiente e obbligano il fruitore a contendersi lo spazio libero rimasto.

Si è costretti in alcuni casi a passare attraverso la struttura del lavoro, (come in “Y for Young” del 2008 alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, o in “Horizon” del 2018 alla Biennale di Shenzhen) o a passarci letteralmente sopra (come in “Moquette” del 2007 alla Galleria civica di Modena).

Proprio perché l’opera diventa spazio percorribile, la permeabilità influisce sulla percezione del lavoro: non si vedrà solo la parte esterna, semplicemente girandoci attorno, ma si potrà godere di una panoramica dal suo interno, per scoprire, in una dimensione più intima, come essa si relaziona con lo spazio che la ospita.

Grabriele Landi: Come scegli i materiali con cui lavori?

Laura Renna: Dedico molto tempo allo studio di materiali e lavorazioni senza sapere cosa farne dopo, lo faccio perché sono curiosa. Ogni materiale ha le sue potenzialità, tuttavia preferisco quelli naturali, legati in qualche modo a ricordi della mia infanzia. Li scelgo per le loro caratteristiche ma anche per la loro provenienza: che si tratti di fibre rigenerate come l’imbottitura di lana dei materassi e il cachemire dei capi di maglieria, o di immagini fotografiche ed elementi vegetali raccolti durante una passeggiata, tutti hanno qualcosa da raccontare.

Sperimento e scarto tanto, non mi fido del primo esito e solo quando forma, materia e pensiero diventano di concerto un messaggio chiaro che riverbera per giorni nella mia testa, mi fermo ed affino l’idea.

Il processo di raccolta e di trasformazione può essere lungo e richiedere mesi e ogni volta riadatto tecniche artigianali o industriali per creare un metodo di lavoro personale, idoneo al materiale scelto. E’ faticoso lo ammetto, si parte da zero continuamente e non tutte le ricerche si concretizzano, ma è anche molto eccitante.

Grabriele Landi: L’infanzia, con il suo strepitoso potere immaginifico, per molti artisti è una specie di età dell’oro, per te che importanza riveste nel tuo lavoro?

Laura Renna: La masseria in cui ho vissuto i primi dieci anni della mia vita e nella quale sono nata, era circondata da Pini domestici, alberi altissimi con la chioma ad ombrello che potevo quasi toccare dalla finestra della camera da letto dei miei, al piano di sopra. L’ostetrica alla mia nascita (anticipata di un mese e mezzo rispetto alla data prevista), disse a mia madre che l’aria buona degli alberi mi avrebbe fatto sopravvivere anche senza l’incubatrice, e mi piace pensare che sia vero e che devo la vita a loro, ai Pini.

Attorno a me distese di ulivi e frumento, terra rossa, fiori selvatici e fichi d’india e la luce accecante, è questo ciò che ho esperito durante l’infanzia nella campagna del Salento, in Puglia. Quell’asciutto e semplice paesaggio ha educato il mio sguardo e poi le tradizioni e i riti del paese hanno fatto il resto.

In realtà non mi sono mai sentita parte del paese, la mia casa distava qualche chilometro, lo vivevo da forestiera. Il ricordo del nucleo fatto di case e persone non è così forte quanto quello dell’universo fatto di piante, odori e terra. Appartengo alla natura.

E’ in questo contesto che mi sono formata ed è incredibile come, in così pochi anni e in così tanta semplicità, io abbia accumulato nella mia testa un così grande archivio di immagini da poter utilizzare ancora oggi. Se penso ai miei lavori, per rispondere alla tua domanda, mi accorgo in effetti, quanto essi descrivano quel luogo e quanto, inconsapevolmente o meno, di quel tempo io abbia raccontato attraverso loro.

Tutto il dopo è stato influenzato da quel prima. Ogni passo che ho fatto, pensiero che ho avuto, decisione che ho preso, è tutto indissolubilmente legato a quel prima. E in quel prima io sapevo già di essere un’artista, lo dissi a cinque anni a Suor Raimonda la mia maestra delle elementari, e lo aveva intuito anche mia madre che ha sempre soffiato su quella fiammella.

BIO

Laura Renna (San Pietro Vernotico, Brindisi, 1971), vive e lavora a Modena.

La sua pratica artistica prevede l’utilizzo di scultura, installazioni, fotografia e pittura al fine di indagare tematiche relative a natura, memoria, metamorfosi e spazio.

Frutto di una pratica artigianale, il suo lavoro rivela una attitudine trasformativa, nell’intenzione di riplasmare ciò che ha perso valore e funzione e si presenta in una dimensione sospesa che lo rende spazio in potenziale.

Vince nel 2008 il Premio Fondazione Arnaldo Pomodoro. Partecipa nel 2018 alla Shenzhen Biennale in Cina. Il suo lavoro è stato esposto in numerose istituzioni pubbliche e private, tra cui la Galleria civica di Modena (2015, 2007), il MACRO, Roma (2019), la Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano (2010, 2008, 2006), il Museo di Arte Contemporanea di Lissone (2018), la Triennale di Milano (2008), il Palazzo Riso, Palermo (2014), il PAV-Parco Arte Vivente, Torino (2014), il Museo di Villa Croce, Genova (2020).

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